Associazione Musei del Cibo della provincia di Parma

Musei del Cibo

L’Associazione “Musei del Cibo” riconosce a ciascun associato UNPLI Emilia Romagna (che esibisca la Tessera del Socio dell’Emilia Romagna riferita all’anno di riferimento):

  • Ingresso ridotto a sei Musei del Cibo (€4,00, anzichè €5,00 a persona)
  • Sconto sull’acquisto della Card dei Musei, della durata di un anno solare, che da diritto a visitare tutti i sei Musei del Cibo (€ 11,00 anzichè € 12,00).

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Museo del Parmigiano

La raccolta del materiale del museo si è svolta su tutte e cinque le provincie in cui il Parmigiano-Reggiano è prodotto. Gli oggetti reperiti si collocano per lo più nell’arco temporale compreso tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.
Data la relativa omogeneità del materiale si è pensato di allestire l’esposizione come se si trattasse di “riarredare” l’antico caseificio Meli-Lupi. Infatti nel corpo più antico del fabbricato sono presenti gli oggetti necessari alla trasformazione. Nella parte più moderna dello stabile sono invece state allestite le sezioni non collegate con la trasformazione e cioè la stagionatura e commercializzazione oltre a quelle relative all’impiego gastronomico del prodotto e alla sua storia.

Museo della Pasta

Presso la stupenda corte agricola medievale di Giarola (Collecchio), posta sulla sponda destra del fiume Taro, in asse con quella Via Francigena che conduceva i pellegrini verso la Città eterna, a fianco del già esistente Museo del Pomodoro, viene allestito il Museo della Pasta, nel contesto del più ampio circuito dei Musei del Cibo della provincia di Parma (Museo del Parmigiano Reggiano a Soragna, del Vino a Sala Baganza, del Salame a Felino, del Prosciutto e dei salumi a Langhirano) a completare un percorso di approfondimento dei più importanti prodotti alimentari del territorio.

La pasta secca di semola di grano duro, di origine mediorientale, ha trovato in Italia la patria d’elezione, sviluppandosi nei secoli in diverse aree del Paese: in Sicilia, in Liguria, a Napoli, a Bologna. Nell’Ottocento inizia a Parma l’attività di Barilla, oggi leader mondiale del settore, che ha contribuito in maniera determinante alla nascita del museo dedicato in sei sezioni, alla conoscenza storica, tecnologica e culturale della pasta.

La prima sezione, dedicata al grano, alle sue caratteristiche e alle modalità di coltivazione, presenta modelli, attrezzi agricoli antichi e documenti che testimoniano l’evoluzione delle tecniche agricole. La seconda sezione è dedicata alla macinazione, alle varie tipologie di mulino, con modelli e iconografia storica di grande interesse, la ricostruzione di un mulino a macine e un moderno mulino a cilindri. Una sintetica sezione è poi dedicata al pane e ai prodotti da forno. La preparazione casalinga della pasta fresca, a cui è dedicata la quarta sezione, viene raccontata attraverso piccoli attrezzi domestici, l’arte del matterello e la straordinaria varietà della ricca collezione di “speronelle”, o rotelle da pasta.

Un vero pastificio industriale della prima metà dell’Ottocento consente al visitatore, nella quinta sezione, di comprendere le varie fasi di produzione della pasta secca, con macchinari originali, perfettamente restaurati. Un secondo nucleo di macchine antiche, mostra le metodiche di produzione in un laboratorio artigianale emiliano del secolo scorso. Modelli e video, permettono poi al visitatore di conoscere le attuali, modernissime tecnologie impiegate nei pastifici industriali per garantire un prodotto di alta qualità costante nel tempo. Un ulteriore capitolo illustra, attraverso le “trafile”, il modo di formatura di cento differenti formati di pasta, vere “architetture per la bocca”.

Alla cultura della pasta è dedicata la sesta sezione, con approfondimenti sulla comunicazione (manifesti, locandine, affiches storiche realizzate da cartellonisti e grafici di fama) sulla gastronomia (storia dello scolapasta e abbinamenti ideali tra formati e condimenti delle varie regioni d’Italia), sulla pasta nell’arte e nella cultura (dai dipinti ai francobolli).

Uno sguardo sulla corretta alimentazione (nutrizione, stili di vita, sostenibilità ambientale) chiude il ricco percorso espositivo che si completa con la visita al sottostante museo dedicato al pomodoro, alla sua storia, coltivazione e trasformazione, tipica del Parmense.

Pasta e pomodoro, poi, vivono, in perfetta simbiosi, al Ristorante della Corte, dove è possibile gustare un menu specifico dedicato a questi straordinari prodotti che, nel Parmense, hanno trovato patria d’eccellenza.

Museo del Pomodoro

I primi uomini, provenienti dall’Oriente, abitarono il territorio di Collecchio già nell’età paleolitica, ma fu nel Neolitico e nell’età del bronzo che sorsero nella zona veri e propri villaggi di palafitte, individuati dagli scavi archeologici condotti a metà dell’Ottocento al Torrazzo di Madregolo e sul Poggio di Collecchio, importante posizione lungo la via che risalendo la Valle del Taro fino al valico della Cisa, consentiva di raggiungere il mare.

Fra il 1.000 ed il 500 a.C. il centro abitato di Sustrina, posto sul colle di Collecchio entrò nell’orbita Etrusca. Nel 27 a.C. l’Imperatore Ottaviano rase al suolo Sustrina, a causa dei dissidi con Parma che minacciavano il traffico lungo la via che conduceva all’importante porto di Luni. Sono ancora evidenti in molte zone del territorio comunale le tracce di centuriazione operata dai romani, sia nella rete stradale sia nella geometria delle colture agricole.
L’attuale nucleo di Collecchio sorse in era cristiana col nome di “Colliculum” ossia piccolo colle e fu sottomesso al potere temporale dei Vescovi.

Il ritrovamento di sepolture longobarde, risalenti all’alto Medioevo, attesta la presenza di quel popolo sul territorio collecchiese, ma ancora più forte è a quel tempo l’organizzazione religiosa confermata dalla presenza delle due importanti Pievi: la Chiesa di San Prospero di Collecchio e la Pieve di Madregolo oltre ad ospizi per pellegrini (xenodochi) a servizio della strada che conduceva verso Luni e Roma, chiamata di “Monte Bardone” ed in seguito Strada Romea o Francigena.
Lungo il tracciato della Romea, poco discosto dall’abitato di Collecchio verso Sud, si trovava la “Corte di Giarola”, grancia benedettina e centro produttivo per il Monastero di San Paolo di Parma, vasto complesso agricolo dotato di ampie stalle, mulino, caseificio, oggi divenuto di proprietà pubblica, egregiamente restaurato e sede del Parco Fluviale Regionale del Taro, che tutela 20 km di fiume e si stende su una superficie di circa 3.000 ettari. La sua ricchezza è dovuta alla presenza di numerose specie animali e vegetali ed alla diversità degli ambienti che rendono unica quest’area. Ad un chilometro verso Sud, lungo il corso del Taro, si erge la caratteristica Chiesa di Oppiano, oggi sconsacrata, rifugio silenzioso del pittore Amos Nattini, impegnato nella titanica e ventennale impresa di illustrare le tre cantiche della Divina Commedia.

A Collecchio, già nell’XI secolo si parla di “Castrum” e “Curte”: probabilmente si trattava di un edificio, abitato dal feudatario, munito da mura che recintavano il centro abitato, mentre fuori stava la corte con fattorie e coltivazioni agrarie. Alcuni storici individuano tale edificio nella Villa Paveri, all’epoca di proprietà della famiglia Dalla Rosa.
Nel 1300 si parla ancora di castelli nel territorio di Collecchio legati alla famiglia Rossi. Nel 1335 Parma cadde in mano agli Scaligeri che distrussero il “Castello di Collecchio”.

Tra il 1200 ed il 1500 Collecchio fu luogo di battaglie legate alla storia di Parma e ai nomi di Federico II, delle famiglie dei Visconti, dei Rossi, dei Pallavicino e degli Sforza.

Nel 1545 Parma divenne ducato sotto i Farnese. In quel periodo fu istituito il catasto Farnesiano, i cui volumi sono depositati nell’Archivio di Stato di Parma, nel quale si trovava descrizione dei confini del paese, del nome delle varie località e dei relativi proprietari. La grande riserva dei “Boschi di Sala”, esistente sul terrazzamento fluviale compreso tra Sala Baganza e Collecchio, già della famiglia Sanvitale, viene inglobata dalla Camera Ducale. Diverrà, col tempo, residenza estiva dei Duchi, progressivamente ampliata, e centro di una vasta zona, denominata “Boschi di Carrega” dal nome degli ultimi proprietari, oggi divenuta Parco Regionale.

Nel 1777 Collecchio fu eretto a feudo in favore della famiglia Dalla Rosa-Prati.
Nel 1796 Napoleone operò l’annessione del Ducato di Parma all’Impero Francese: Collecchio divenne allora Comune o “Mairie”, secondo la lingua ufficiale.
A seguito del plebiscito avvenuto fra il 14 ed il 21 agosto del 1859, come tutto il Parmense, anche il Comune di Collecchio fu annesso al Regno di Sardegna sotto il Governo Costituzionale di Vittorio Emanuele II.

Tra il 1859 e il 1892 fu segretario comunale di Collecchio il poeta dialettale e noto burattinaio Domenico Galaverna (1825-1903). Fin dal 1852 Galaverna aveva iniziato a pubblicare il lunario “Battistèin Panäda” che raccontava in rime satiriche le vicende del protagonista e dei componenti della sua famiglia.

L’Amministrazione Comunale di Collecchio, in occasione del centenario della morte del poeta, deliberava il riconoscimento ufficiale di Battistèin Panäda come maschera rappresentativa del Comune di Collecchio, il cui stemma si deve alla mano dello stesso Galaverna.
Verso la fine dell’Ottocento nacquero le prime industrie agro-alimentari che costituiscono tuttora l’asse portante dell’economia della zona I collecchiesi, da agricoltori o piccoli commercianti, si trasformarono così in industriali del pomodoro, salumieri e casari, o produttori di barbabietole, cipolle – lavorate poi altrove – ed uve adatte ad una vinificazione di pregio, specie nella zona collinare di Gaiano ed Ozzano Taro.

A Ozzano Taro, presso il podere Bella Foglia si trova il “Bosco delle Cose”, lo straordinario Museo della Civiltà Contadina che ospita la collezione raccolta nel corso di una vita da Ettore Guatelli (1921-2000), oggi di proprietà di una Fondazione pubblica, straordinario specchio di una cultura ormai scomparsa.

Museo del Vino

Al centro di una zona vocata da secoli alla produzione vitivinicola, nelle suggestive cantine della Rocca di Sala Baganza, viene allestita la “Cantina dei Musei del Cibo”, un percorso espositivo e sensoriale, inserito nel più ampio circuito dei Musei del Cibo della provincia di Parma (Museo del Parmigiano Reggiano a Soragna, della Pasta e del Pomodoro a Collecchio, del Salame a Felino, del Prosciutto e dei salumi a Langhirano) interamente dedicato al vino di Parma, alla sua storia e alla sua cultura.

Presente già in epoca preistorica e assai sviluppata in epoca romana, la viticultura ha lasciato importanti testimonianze culturali nel territorio parmense. L’allestimento museale lo testimonia attraverso sei differenti sezioni. La prima sala, allestita in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale, è dedicata alla archeologia del vino nel parmense, con oggetti e immagini provenienti dagli scavi del territorio, che testimoniano come sia nato proprio in questa zona, introdotto dalle popolazioni celtiche, il modo “moderno” di bere il vino, schietto e in bicchieri, abbandonando l’uso greco e latino di vini annacquati e speziati.

La seconda sala approfondisce gli aspetti legati alle caratteristiche della pianta della vite e alla viticultura, ripercorrendo le tracce di questa coltivazione nel parmense, presentando anche attrezzi e oggetti d’uso del secolo scorso e un filmato sulla tecnica della vite “maritata” agli alberi in filari, tipica della zona. La terza sala racconta, attraverso attrezzi e oggetti antichi la vendemmia e la preparazione del vino, mentre immagini e documenti narrano le storie del vino del territorio: dalle Arti medievali alle tecniche francesi introdotte dai Borbone, all’amore di Garibaldi per la Malvasia, alla passione per la viticultura di Giuseppe Verdi.

La discesa nella affascinante ghiacciaia rinascimentale si trasforma in una esperienza avvolgente: immagini a 360° raccontano, nel cuore del museo, il ruolo della vite e del vino nel rito, nella storia e nell’arte, immersi in una cultura millenaria ricca di tradizioni. Dopo aver percorso un pergolato di vite, si approda alla sala delle botti. Qui si scopre la storia dei contenitori per il vino e dei mestieri ad essi correlati: il vetraio e il bottaio. Ma vi è anche spazio per approfondire l’affascinante storia del tappo in sughero e del cavatappi, quella poco nota dell’etichetta e per conoscere le “parole chiave” legate al vino.

La sesta sala presenta i frutti della viticultura parmense: i pionieri del settore, le varietà coltivate, i vini prodotti, perfetti per essere abbinati al formaggio e ai salumi d’eccellenza del territorio, le cantine da visitare nella zona, il ruolo del Consorzio dei Vini dei Colli di Parma a salvaguardia della qualità di un prodotto in continua crescita. Il percorso si conclude, doverosamente, con la degustazione nell’enoteca nei sotterranei della Rocca.

Museo del Salame

Il Museo del Salame di Felino è testimone del rapporto privilegiato instaurato nel tempo tra il prodotto unico che conosciamo e il suo territorio d’origine.
Felino rende così omaggio al suo “figlio” più amato, la cui storia è finalmente a degna dimora nei magnifici locali settecenteschi delle cantine del castello di Felino.

Il Museo rappresenta un’occasione per far conoscere ed apprezzare non semplicemente l’essenza di quello che è stato definito il principe dei salami, ma il territorio e la comunità di cui è espressione, a partire dalla qualità delle materie prime fino alla sapienza delle mani che continuano a lavorarlo.

Lo sforzo sostenuto per realizzare il progetto del Museo corrisponde pienamente alla volontà di offrire una nuova tappa tra le più notevoli lungo la strada del prosciutto e dei vini dei colli all’attenzione di esperti, curiosi e turisti.

Museo del Prosciutto

Il Museo del Prosciutto e dei Salumi di Parma propone un percorso che consente di ricostruire il processo di produzione, dal suino ai salumi, dei pregevoli prodotti dell’arte salumaria parmense.